Tra la cinquantina di Botteghe Storiche riconosciute in provincia di Cremona e premiate giovedì sera nel capoluogo, solo quattro sono nel Cremasco, per l’esattezza, due a Rivolta d’Adda e due a Spino d’Adda. A rivolta ci sono il New Stella Bar, ora di proprietà di Caterina Ferrari, e il Panificio Zanoncelli, di Domenico Zanoncelli, fondati rispettivamente nel 1930 e nel 1940 (questa è la data che le carte possano dimostrare, ma in effetti potrebbero avere anche più di 170 anni).
L’assessore Marianna Patrini e la responsabile dell’Ufficio Commercio Marina Calvi spiegano l’iter che la procedura, di cui il comune deve farsi garante, ha seguito. “Il riconoscimento è regionale”, spiega la Patrini, “Il comune deve fare una cernita e un’analisi tra i negozi presenti sul territorio e dare comunicazione a chi potrebbe avere i requisiti. Imbastisce la pratica e la invia. Le Botteghe Storiche premiate giovedì a Cremona alla presenza di tante autorità fanno parte di una seconda infornata di attività e già ci stiamo preparando per raccogliere adesioni alla terza, che, presumibilmente, si terrà in settembre”. Per essere bottega storica, l’attività deve o aver mantenuto il nome per almeno 50 anni (è il caso ad esempio del giornalaio rivoltano Leonardo Pedroli, che ha cambiato tre sedi, tutte in piazza, ma che ha mantenuto il nome), avere arredi storici (come il bar di Mauro Speziali) o svolgere da 50 anni la stessa attività nello stesso posto (è il caso di Zanoncelli, che acquistò l’attività dalla famiglia Messaggi nel ’63). “Purtroppo – spiega la Calvi – Non tutti coloro i quali avevano i requisiti a Rivolta hanno aderito. Speriamo per il prossimo bando”. Si parla ad esempio del farmacista Federico Ferrario, della Trattoria Del Ponte Vecchio di Domenico Bragonzi, del bar Centrale recentissimamente acquistato da una famiglia cinese, di Walter Fiori di Walter Colombo, della gelateria Giavazzi di Fabio Giavazzi (fondata nel ’56), della gelateria Ravera, fondata addirittura nel ’27 e recentemente acquistata da Andrea Lettini e del bar La Torre di Ornella Facchetti.
“Non c’è riconoscimento in denaro, solo un attestato, che è stato consegnato ai commercianti al Teatro San Babila a fine novembre alla presenza dell’assessore regionale Stefano Malulu”, spiega la Calvi “E forse c’è poco interesse”. La Calvi, aiutata dal padre novantenne, vera memoria storica del paese, è risalita alla storia delle attività e, come ha detto Domenico Zanoncelli, “ci ha aiutati moltissimo”. Ottenere l’ambito inserimento negli elenchi regionali non è facile. L’obiettivo dell’iniziativa è quello di valorizzare imprenditori capaci che hanno creduto nella continuità di impresa, premiando quelle famiglie che hanno saputo tramandare intatte preziose conoscenze e abilità. Una ricchezza da sostenere, pur nei limiti delle regole della competitività e della concorrenza, legata a doppio filo con la valorizzazione delle produzioni locali e l’identità dei territori, espressione della funzione di presidio sociale che storicamente i negozi hanno saputo svolgere negli anni”.
Due Storie Rivoltane
Domenico Zanoncelli si alza alle 2.35 per scendere in negozio, in via Cereda a Rivolta d’Adda, ad impastare. In realtà le cose non sono più come ai tempi di suo padre Felice, che impastava a braccia. Ora, dice orgoglioso, c’è il computer. E’ tutto informatizzato. Anche se il panificio Zanoncelli, di cui si conservano tracce risalenti a 170 anni fa, è noto e amato per i suoi prodotti caserecci: per le crostate che sanno proprio della torta fatta dalla mamma, per le focacce alte su cui si vedono i granelli di sale, per le pizzette tipiche delle merende e per le brioches genuine. “Questo risultato è grazie alle materie prime che usiamo. Non ci piacciono additivi e conservanti e questo ci permette di avere sapori naturali, come quelli dei prodotti cucinati in casa”, spiega Domenico. A lui non pesa alzarsi così presto. Dice che dopo la mattinata in laboratorio (il forno lo si vede anche dal negozio, mentre si fa la fila al bancone vecchio stile, con a destra una piccola drogheria, oltre la porta aperta e poi al di là del retrobottega. Del laboratorio si scorge il tavolone su cui vengono tagliate pizze e focacce e, oltre, la parete con il forno) fa un pisolino e che è bello fare il lavoro che fa. Suo padre Felice racconta che Domenico già all’asilo alla domanda “Cosa vuoi fare da grande?” rispondeva “Il fornaio”. Ed è quello che ha fatto, anche se Felice lo ha mandato prima a studiare ragioneria. Lui e le sue due sorelle, come la mamma, lavorano nell’attività di famiglia. Un tempo le cose andavano meglio. C’erano molti più clienti mentre ora in tanti vanno a comprare ai centri commerciali (Felice è in prima linea contro il centro commerciale che sorgerà lungo la Rivoltana) e anche le consegne a casa non si fanno più. “Un tempo si portava il pane nelle cascine. In ciascuna c’erano circa 30 persone. Era un altro mondo”. Felice iniziò a lavorare da Giovanni Messaggi (figlio del precedente proprietario, Ernesto Messaggi) proprio in questo stesso panificio che aveva 12 anni. Poi, nel ’63, aveva 25 anni, acquistò l’attività. Fare il pane gli piaceva. Il problema, dice “era trovare una moglie che amasse il pane e questa attività come me. L’ho trovata”, e infatti sua moglie è amatissima dai clienti: al banco ci sa davvero fare. Dall’85 il titolare è Domenico, che va avanti con coraggio ed entusiasmo. “Non si lavora più come un tempo. Noi andiamo avanti anche perché i muri sono nostri e non dobbiamo pagare l’affitto. Abbiamo fatto molti investimenti, rifatto il negozio, cambiato il forno, acquistato macchinari. Altri non riescono e chiudono. Le amministrazioni devono aiutarci perché non sono i tre vecchietti che vengono a comprare da noi perché non possono andare al supermercato che ci fanno lavorare. Invece tante amministrazioni sono interessate solo alle isole pedonali e a non far circolare le aiuto, il che è un danno, per noi”. Non sono andati alla premiazioni, giovedì: “Farsi festeggiare da chi intanto apre centri commerciali ovunque ci sembrava di cattivo gusto”.
Caterina Ferrari è l’orgogliosa proprietaria del New Stella Bar di Rivolta d’Adda. Che si trova nella caratteristica posizione oltre l’arco di via Cereda. Rina è ormai il New Stella (chiamato così perché la fondatrice, o, almeno, la prima proprietaria di cui si abbia memoria, è Stella Bianchi, che gestì il locale per 30 anni): una donna calda, solare, che fa sentire speciali i suoi clienti, e che è guidata da una rigidissima etica del lavoro. Con lei lavorano le tre figlie, Barbara, Nadia e Veronica Bettera. Del bar, racconta Rina, si ha notizia sin dal 1930 (quando fu chiesta la licenza per la vendita dei tabacchi) ma si è certi che, come il Panificio Zanoncelli, abbia circa 150 anni, perché in quel posto, accanto all’arco, a Rivolta c’è sempre stato in bar e un tempo non si chiedevano licenze. Rina, che è originaria di Castione della Presolana, per 8 anni ha lavorato nel suo paese in un bar. Sposatasi e venuta a vivere a Rivolta e ha fatto la mamma per molti anni. 17 anni fa è subentrata allo Stella (che ai tempi era di Stefano Colombi, che ebbe il bar per 32 anni, Rina garantisce che per lei non sarà così: la pensione è vicina) dove le sue figlie sono barwomen (il locale è tutto a conduzione familiare e strettamente femminile). Ai tempi avevano tra i 14 e degli 11 anni. L’intenzione era quella di tenere l’attività per 10 anni. Ma non si è più fermata, e non solo perché ha fatto altrove degli investimenti e le servono le entrate del bar per ripagarli (come dice), ma indubbiamente perché la casa di Rina è un po’ anche quel bar, e i suoi clienti, come dimostrano anche le feste di Natale, di San Silvestro (con spumante e panettone a mezzanotte), la Befana (è Rina la befana: si traveste per l’occasione), le feste danzanti e Santa Apollonia, sono un po’ la sua famiglia. Anche perché il New Stella, contando sul fatto che è anche tabaccheria (una delle poche che non ha visto i propri introiti in quel campo crollare negli ultimi anni) è aperta 365 giorni l’anno, dalle 5 del mattino all’1 la notte. E non è Rina quella che a un cliente affezionato nega un favore (in quest’ultimo periodo fa consegnare a casa di una cliente che non può muoversi due pacchetti di sigarette, e ovviamente non ci guadagna nulla, ma lo fa, perché “è una cliente”). “Con i clienti si deve essere gentili”, dice dall’interno del suo bar che sembra una baita di montagna. “E’ lui che mi dà il pane. Oggi i giovani non lo capiscono: a loro non è mai capitato di voler qualcosa e non avere i soldi per comprarla: non riconoscono il valore del denaro”. E non critica le amministrazioni o le gestioni pubbliche per lo stato del commercio. Per lei, è troppo semplice dare ai centri commerciali o alle aree pedonali la responsabilità dei mancati introiti: “Bisogna lavorare. Oggi, invece, si punta più alle comodità. Mi ricordo che, quando ero commessa, la domenica prima della messa delle 8, a Castione, io e la mia padrona andavamo dalla parrucchiera, a casa sua. Verso le sei del mattino suonavamo, la parrucchiera si alzava, ci faceva i capelli mentre sua mamma preparava la colazione per tutti. Al giorno d’oggi ci si sogna di fare così: è il servizio che è cambiato. Cambiando il servizio, cambia anche la reazione dei clienti. Io, invece, cerco di essere sempre gentile, disponibile, far sentire tutti a loro agio: sono loro che mi danno da mangiare”. Rina è stata molto contenta della cerimonia di giovedì sera in Provincia. C’è andata (ha ritirato anche il premio per i compaesano Zanoncelli) con le figlie, come già era andata al teatro San Babila in novembre. “E’ stato bello! Tutti i negozianti sono stati premiati e di ciascuno è stato detto qualcosa. A me piacciono queste manifestazioni. Ci hanno dato una targa e un attestato, e per le signore un mazzo di fiori”.
Note: Articolo a cura di Silvia Tozzi
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