Ore 13 ritrovo presso il ponte dell’Adda, questa era la parola d’ordine, il tam tam che noi ragazzi facevamo circolare, era più di un messaggio, più di un invito, era un modo di vivere, di essere liberi in mezzo alla natura. La compagnia era numerosa, le canzoni dei Beatles riempivano le capanne da noi costruite nel bosco in riva al fiume, i capelli lunghi, i piedi nudi, la mancanza di controlli ci obbligava ad avere delle grandi attenzioni e delle regole ben precise, diventare adulti aveva anche l’Adda come compagno con le sue correnti, le sue «piarde», i suoi «mulinelli» così lineari, così pericolosi, così eccitanti quando li affrontavi.
L’Adda il fiume di casa, il suo scorrere strisciante come una serpe ne avesse tracciato il percorso, le sue acque limpide dalle quali ti abbeveravi dopo le lunghe partite sui «sabbioni». I tuffi dai trampolini naturali, le lunghe nuotate a «cagnus» che era il primo stile che imparavi per stare a galla, i brividi che quell’acqua fresca ti dava quando cercavi di immergerti pian piano invece che tuffarti. L’Adda pieno di pesci che si nascondevano nelle correnti sotto i sassi, sotto i quali la mie dita inesperte il più delle volte non riuscivano a catturarli, allora il classico scontro di sasso su sasso da dove il pesce usciva intontito e facile da prendere. L’Adda quest’acqua che passava troppo velocemente come i tuoi pensieri, la tua voglia di crescere, il tuo voler sapere dove andava a finire il filo conduttore tra i monti e il mare.
Quanti messaggi in quelle bottiglie che danzavano sulla corrente per infilarsi sotto qualche cespuglio ad aspettare tempi migliori. Il fiume un bene comune, dove i vecchi trascorrevano i pochi giorni di ferie con lunghe partite di briscola cullati dal rumore che diventava suono e poi canzone. Ultimamente sono andato all’Adda con i miei cani, emozionato, felice, con troppi ricordi che ritornavano alla mente, volevo immergermi in quelle acque mai abbastanza rimpiante, ma una patina nera mi ha fermato, bloccato, era un insieme di alghe e… boh. Il colore era indefinito, non verde come la vegetazione dell’altra sponda, ma un marrone scuro, in superficie bolle di schiuma delimitavano la fine della corrente e piantato in mezzo al ghiaieto un cartello con scritto «DIVIETO DI BALNEAZIONE».
Ho guardato a monte l’acqua che arrivava a valle, quella che se ne andava, ma nessuna emozione, solo un forte interrogativo: Perché? Chi? Come è stato possibile? Scusami Adda se ti ho abbandonato, se sto permettendo ai tuoi carnefici di ucciderti, ma non dimenticare che una parte di me è morta con te e l’altra cercherà in tutte le maniere di farti tornare a vivere per la tua e la nostra voglia di sopravvivere.
Note: Articolo a cura di Emiliano Mondonico
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